Cinema Boldini Ferrara

Lunedì 20 Maggio – MAIGRET E IL CASO SAINT FIACRE- v.o. sott. ita

Lunedì Maggio ore 21:00 – v.o. sott. ita

MAIGRET E IL CASO SAINT FIACRE, regia di Jean Delannoy

( Francia, 1958 ) Ingresso 5 euro

L’aneddotica intorno a Georges Simenon è vastissima. Complice il fatto che lo scrittore ha parlato molto di sé nelle interviste e che ha lasciato crescere a bella posta le storie su di lui, abbiamo ormai un vasto repertorio di goloserie sul suo metodo e la sua arte. Tra queste, la rapidità famelica della scrittura. Se ci concentriamo solo sui Maigret (i cui romanzi e novelle sono stati organizzati in tre cicli) scopriamo che ha realizzato ben 102 avventure del commissario. Media per scriverli: sette giorni circa. Non dimentichiamo, infatti, che Simenon si è dedicato a decine di altri romanzi – in alcuni casi considerati più raffinati ed elaborati rispetto alla serie del suo più noto protagonista. Ma sarà vera questa differenza?

In effetti, non è una sorpresa che Simenon sia stato così saccheggiato da cinema e televisione. In fondo, proprio come questi due mezzi nella loro versione più popolare, ha passato tutta la vita da sottovalutato (dai critici) e da amatissimo (dal pubblico).

Il giallo, uno dei generi più apprezzati per le trasposizioni, ha attraversato gli oltre 120 anni di storia del cinema con una presenza costante in tutte le sue sotto-categorie (oggi lo chiamiamo “crime”), ma Maigret ha senz’altro un piccolo record di presenze.

Maigret e il caso Saint-Fiacre è uno dei film che meglio chiarisce e rispetta la vera filosofia di Simenon, senza sottovalutazioni né tanto meno nobilitazioni. Interpretato per la seconda volta da Jean Gabin, che dona a Maigret un’aria un po’ acciaccata e invecchiata (dovrebbe avere 47 anni nel romanzo), il Maigret di Jean Delannoy è puro genere, nient’altro che genere. Ed è magnifico per questo. Si può insistere fin che si vuole sui risvolti metafisici, sull’esistenzialismo tra le righe, sulla malinconia di vivere dei personaggi, sui luoghi che parlano di Francia profonda e di società di fine anni Cinquanta, ma sarebbe una forzatura.

Maigret e il caso Saint-Fiacre è un film “alimentare”, nel senso in cui Simenon diceva orgoglioso di scrivere i suoi gialli in modo frenetico e “semi-alimentare”. Con i generi, al cinema e in letteratura, si mangia. Con il giallo si mangia bene. E se si costruisce un grande personaggio, e un grande ambiente narrativo, il resto viene da sé, con centinaia di minime varianti. Ecco perché quello di Delannoy non è un “grande film” nel senso tradizionale del termine, e certamente non è un “film unico”, ma è un grande esempio di cinema dell’abbondanza, popolare, dignitoso, appassionante e impeccabile, dove gli anni che ci separano da esso non fanno altro che esaltare l’artigianato da cui proviene. In fondo, era serialità anche questa.

E il fatto che Maigret e il caso Saint-Fiacre esca nel 1959, l’anno di esplosione della Nouvelle Vague, con tutto il nuovo e il dirompente che essa fa erompere, oggi non ci dispone alla militanza di qua o di là, ma all’ammirazione per il “cinéma de papa” e per il cinema francese tutto, che oggi ci sembra rotondo e completo, da Gabin a Belmondo, da Delannoy a Godard, da Renoir a Melville.

E Simenon godette della stima di tutti, sempre. Anche Oltralpe, come dimostra il pluri-decennale carteggio con Federico Fellini, oggi raccolto nel volume “Carissmo Simenon, Mon cher Fellini”. Tanto per confermare che al cinema la strada tra lo scrittore industriale da quattrocento romanzi e il creatore artista di una ventina di opere immortali è – per natura stessa del mezzo – brevissima.